Parole come pallottole

Non è mia intenzione fare pubblicità a chissà che, ma i dati che riporta l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, edito dall’associazione 46° Parallelo Ets e distribuito da Valori, sono importanti e significativi su più versanti.

A novembre 2025, in tutto il mondo, si contavano trentadue guerre in corso d’opera oltre a ventidue aree di crisi sull’orlo di un conflitto armato. Ciò significa che circa la metà della popolazione mondiale vive in un clima bellico, aperto o strisciante.

La guerra domina quindi il nostro immaginario presente, lo alimenta, lo conforma. Modifica il nostro modo di pensare e, ovviamente, incide pesantemente sul nostro modo di comunicare, sulle parole che usiamo, in buona sostanza sul nostro linguaggio.

I media e i social network in tutto questo hanno un ruolo primario nel selezionare immagini, frasi, discorsi, argomenti, utilizzando un lessico bellicoso, aggressivo, contribuendo così a diffondere ansia e paure e, nel contempo, l’adozione di parole marcatamente di origine militare nel parlare quotidiano. Prima linea, trincea, deterrenza, raid chirurgico, rappresaglia, campagna, operazione speciale, danno collaterale, drone, bomba (d’acqua), ecc. sono parole ormai sulla bocca di tutti. Per non parlare poi di ‘arma’ che viene utilizzato in ogni salsa.

Questo è il linguaggio sul quale lavora il gruppetto di tiranni e di potenti che governa il mondo per convincerci che la guerra è l’unica soluzione per trovare nuovi equilibri, in realtà per spartirselo e per impadronirsi della ricchezza sociale e delle fonti energetiche. Un linguaggio che rende accettabile l’inaccettabile, potabile l’imbevibile, comunque utile per la creazione del nemico. Di passo in passo la coscienza sociale si abitua a considerare inevitabile quello che invece è evitabilissimo, se solo lo si voglia.

Ma non c’è solo il lessico guerresco direzionato alla guerra esterna, a quella che si combatte al di là dei confini di Stato. Ce n’è anche uno dedicato alla guerra interna, quella che si conduce contro gli immigrati, i refrattari, gli antagonisti, gli indisponibili a mettere il collo nel cappio del boia di turno, e agli anarchici e alle anarchiche che sono tra loro.

Per sostenere l’approvazione da parte del governo di decreti “sicurezza” uno dopo l’altro – ovviamente in progressione peggiorativa – ministri, parlamentari, influencer di ogni risma hanno imperversato e imperversano su media, social e quant’altro utilizzando un linguaggio terroristico e terrorizzante. L’antifascista militante, l’anarchico sono i nemici da combattere e non tanto per quanto fanno, ma per quanto rappresentano, con il loro portato di idee, proposte, pratiche.

Si arriva a utilizzare una scritta sui muri, tratta da una canzone ottocentesca tra le più note del repertorio anarchico (Addio Lugano bella), cantata in ogni manifestazione, anche sindacale, per inaugurare quel fermo preventivo di memoria fascista nei confronti di novantuno tra compagne e compagni intenzionati a portare un fiore sul luogo della morte di Sara Ardizzone e di Alessandro Mercogliano. Mentre i fascisti, indisturbati, possono fare sfoggio di forza e disciplina sfilando inquadrati militarmente e salutando a braccio teso i loro camerati, agli anarchici nulla deve essere consentito. Ma è giusto così: i primi sono organici al potere economico e politico, come lo sono sempre stati. Noi invece a questo potere, fonte di ingiustizia, oppressione e sfruttamento per una larghissima parte di popolazione, ci opponiamo fermamente proponendo nuove forme di organizzazione sociale. Il linguaggio militarista di cui fanno uso abbondantemente i pennivendoli sulle pagine dei giornali è del tutto funzionale al tentativo permanente di emarginazione dal dibattito politico e sociale della proposta anarchica, riducendola a mero fatto criminale: anche le più semplici manifestazioni di dissenso e di denuncia diventano “assalti”, quando non “devastazioni” se per caso cade qualche vetrina, espressione di un terrorismo non più latente ma fattuale. C’è anche la Lega che ha depositato a marzo 2026 una proposta di legge in Parlamento per inquadrare gli anarchici e gli antifascisti militanti in un’unica organizzazione terroristica, sulla scia del decreto statunitense del settembre del 2025 che definisce gli Antifa come “sigla terroristica numero Uno degli USA e come un’impresa militarista e anarchica che promuove esplicitamente il rovesciamento del governo, le forze dell’ordine e il sistema delle leggi”. In questo quadro si capisce bene il senso della pesante condanna  e della lunga carcerazione di Alfredo Cospito al 41 bis, definito tout court terrorista per un attentato dimostrativo senza alcun effetto, al quale non solo fanno pagare la risonanza e le conseguenze politiche del suo sciopero della fame, ma che soprattutto vogliono utilizzare, in un momento di caduta di credibilità delle istituzioni e del governo, per depotenziare, ricattandola, ogni mobilitazione significativa contro il governo. Un giornalaccio della destra, di nome e di fatto, titolava lunedì 20 aprile “Assalti anarchici. Un’unica regia da Roma a Milano. Sale l’allerta: già in atto un conflitto ibrido nel nome di Cospito e di Hezbollah”. Il 28 aprile lo stesso fogliaccio in prima pagina scriveva: “Paura per il Primo maggio. I CARC e il piano Cospito: arruolare le ‘baby’ BR. L’elogio ai killer di Ramelli, anarchici e antagonisti si preparano allo scontro”.

Un minestrone dove l’unico scopo è quello di preparare il terreno a ulteriori misure repressive. Probabilmente c’è qualcuno che così pensa di celebrare la ricorrenza del centenario delle “leggi fascistissime” promulgate da Mussolini nel 1926, che instaurarono la dittatura in Italia.

Mentre in larga parte del mondo, nell’indifferenza dei media, centinaia di migliaia di persone vengono massacrate nelle guerre per il profitto e milioni sono costrette ad abbandonare le proprie case e i propri territori, mentre le distruzioni e le devastazioni ambientali si sommano alla sofferenza umana e non umana – anche con il contributo delle industria delle armi e del supporto politico ed economico italiano – c’è chi dà lustro alla propria miseria nel tentativo di criminalizzare un movimento che della libertà e della giustizia sociale ha sempre fatto la propria bandiera. Non ci stupiamo: chi vuole portarci nella guerra esterna deve prima vincere quella interna. E anche le parole sono armi per raggiungere lo scopo.

Massimo Varengo

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